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3. Sottosuolo

ATLAS BORMIDA

3. Sottosuolo

Storie sotto l'acqua

La Valle Bormida comprende un esteso territorio che dall’appennino ligure, nell’entroterra di Savona, si protende fino al Basso Piemonte. Da questi luoghi, sgorga Atlas Bormida: una collezione di storie, un’opera corale di disvelamento, uno spazio dove visioni e documenti, esperienze sonore e racconti, si innescano a vicenda.
Necessariamente parziale e soggettivo come ogni opera narrativa, Atlas Bormida è decentrato rispetto ai luoghi più noti, alle immagini più diffuse e alle storie ufficiali. Lo è coerentemente con il territorio in cui nasce: una valle complessa, policentrica, contraddittoria. Chi percorrerà questi luoghi e cercherà altre storie continuerà l’opera.
Underplace
di Alessandro Sciaraffa
28 tracce audio, registrazioni di un mondo
sommerso ma reale. Un’esperienza sonora
letteralmente immersiva che può essere scelta,
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Tane Buranchi e Denti d'Orso

Tratto da Baccio Emanuele Maineri, La leggenda del Buranco.
Streghe folletti e apparizioni in Liguria
, Ugo Foscolo Editore, Firenze, 1900.

“Seguiteremo ancora a raccor voci e storielle e aneddoti intorno a pretesi misteri e alla inesplorabilità del Buranco. Salvo qualche fatterello, collegato a cause naturali, l'immaginazione ha potuto sbizzarrirsi a sua posta, fin dal più remoto passato; e non pochi di coloro, che vollero levarsi certe curiosità con salire lassù, e tentare — de visu almeno — di conoscer qualcosa della voragine, possono in tutta buona fede aver propalato alcuni accidenti i quali, pur sotto la vivacità dell'impressione, non vorrebbero perdere onesto carattere di autenticità. Del rimanente, la genesi di certe leggende, quando non sieno inventate di punto in bianco, e colorite per vezzo e leggiadria d'arte, si appalesa chiaramente e con piena spontaneità all'oculato studioso. Di certo, sino a questi ultimi tempi, e prima che si attuassero le due ultime e felici esplorazioni, nessuno sarebbe stato in grado di dare una risposta seria o ragionevole alle domande dei curiosi sopra la profondità del temuto abisso. «È vero, dicevano, che se ne vede il fondo a occhio nudo, ma quello non è il punto ultimo del bàratro; i sassi che da secoli vi si vengono gettando, nell'urtare colaggiù, continuano a ruzzolare, quasi lamentevolmente, e vanno a perdersi in un'invisibil buca, dove si spegne ogni rumore o tonfo: è là che si apre l'orribile bocca....» Per tal modo, le dicerie e i fantasticamenti aveano tanto più ragione di mantenersi e trasformarsi, quanto rimanevano men provate ed autentiche le spiegazioni degli oppositori. La nube del mistero avvolgeva sempre il cupo e profondo pozzo; e anche i casi più naturali venivano, sino a questi ultimi tempi, a consolidare il prestigio epico della leggenda.
Sentite quel che scrive il reverendo Bartolommeo Ferrari, rettore degnissimo di Carpe,una borgatella di poc'oltre dugent'anime, che si reggeva a comune, non ha guari, e adesso aggregata al paese di Balestrino.

«Sul finire del settembre, o su' primi di ottobre — non ricordo ben la data — del 1879, un Santino Parodi, mio cognato, un Ettore Cadenaccio da Sestri ponente, cugino di lui, ed io, divisammo fare una gita al Monte Calvo per godere della vista di quell'altura. Forniti di buona provvisione e con un canocchiale di lunga portata, partimmo di buon mattino e, giunti al famoso Buranco, si fece sosta, adagiandosi proprio sul margine della profondità, sopra la molle erbetta, a far colazione.

«Io me ne stava tuttavia seduto, che già da qualche minuto i due cugini, curiosi e guardinghi, provvedutisi di sassi, guardando per entro il precipizio, un dopo l'altro ve li lanciavano per destar rumore. Ed ecco li sento gridare: «Un cane! un cane!» Sono in piedi, mi accosto anch'io e guardo. Non vidi nulla. Il cane era scomparso internandosi nella parte cava. Gettammo giù pane e carne per allettarlo a venir fuori; ma invano. Indi a poco si prese la via del salire; indugiando, sarebbe forse riapparso. Al ritorno, ripassando presso la voragine, vi demmo dentro una fuggevole occhiata; non si vide più la bestiola, ne' alcun indizio di essa.

«Non si fece gran caso dell'apparizione; e noi pensammo che il cane vi fosse stato gettato da qualcuno, forse per isbarazzarsene o per crudeltà, come accade talvolta.
«Devo dire che sia stata un'allucinazione di quei due? Non crederei, chè tanto l'uno, quanto l'altro affermarono ripetutamente di averlo veduto; ne dicevano la forma, la qualità, il colore: cane da guardia, grossezza media, color rossiccio con macchie bianche. E il fatto fu oggetto di nuovi discorsi la sera; e anche al presente mio cognato asserisce e ripete vera quell'apparizione, come se vista ieri.

«Il non essersi poi rinvenute ossa di animali nelle esplorazioni fatte di recente, non mi par prova che non vi possano laggiù essere stati animali: è notorio che più volte s'è visto sbucare da quel profondo corvi e altri grossi uccelli carnivori, capaci di asportare resti mortali.

Giova anche riflettere al non lieve tempo trascorso, nel volgere del quale i venti, le nevi, le foglie secche e ogni altro frammento di cosa morta possono avere nascosto e sepolto non solo le ossa d'un piccolo animale, ma quelle, sto per dire, d'uno scheletro umano....»

Adunque, non venne mai fatto alcun tentativo per esplorare il bàratro? Non è il caso di prendere sul serio i racconti di un tempo remoto, come pensavano quel poveraccio d'un Pelacane e il vecchio Ginepro; e nemmeno saprei quanta fede prestare agli esperimenti di discesa, che si vorrebbero fatti in tempi più vicini.

Nera Grafite, Andrea Botto | Osiglia

Così le memorie del Buranco vennero sempre più perdendo il loro valore, e passò il pericolo che mettessero i brividi addosso ad alcuno, salvo forse a quei pochi semplicioni che, nel ricordare certe bubbole, dicono di crederci come.... al volar d'un asino. E in vero, la teoria di S. Tommaso è ormai la più accetta, e i tempi sono cambiati addirittura.
Tempora mutantur, et nos mutamur in illis, cantò il poeta, a ragione; ma questa volta l'eroe sfidò il pericolo senza tanto pensarci, e gli ultimi deboli chiarori della leggenda si spensero per sempre.

Seguiteremo ancora a raccor voci e storielle e aneddoti intorno a pretesi misteri e alla inesplorabilità del Buranco. Salvo qualche fatterello, collegato a cause naturali, l'immaginazione ha potuto sbizzarrirsi a sua posta.

Un mattino di settembre del 1891 certo Pietro Canavese nativo di Serra di Pamparato, ma vissuto quasi sempre a Toirano, giovane appena sopra i vent'anni, e un Ambrogio Vigliano, toiranese, a un di presso della medesima età, il quale si trova adesso in America, presero la via del Giovo, col deliberato proponimento di calarsi nel Buranco. Giunsero lassù provvisti di corde,e tosto diedero mano ai preparativi.

Pertanto, legata una grossa corda a un tronco di albero, il più resistente che trovarono sulla ripa, la lanciarono nel profondo, e il Canavese afferrandola, vi si affidava a cuor leggiero, lasciandosi dalla bocca, andar giù penzoloni, mentre i compagni stavano a osservare. Sdrucciolando bel bello, percorse uno spazio di cinque o sei metri, e si fermò a pigliar lena; quindi giù ancora scivolava coraggiosamente nel vano per altri quattro o cinque metri, sinchè gli riuscì di posare i piedi su d'una sporgenza, o masso; sul quale prendendo respiro, seguitò di nuovo a lasciarsi andare per altri sei o sette metri; nel qual punto incontrava altra sporgenza, da cui ottenne un breve e poco fido appoggio.

La lena cominciava a mancargli e con la lena la fiducia; guardò all'ingiù nel pozzo, e la profondità gli apparve incalcolabile e terribile. Osservando in alto, non si sentiva capace a rifar la salita; durarla sospeso, impossibile intanto la corda gli scivolava di mano...
Giù e giù, e' perdette ogni energia, chiuse gli occhi.... e precipitò.

Fortuna volle che la profondità paventata, fosse, relativamente, breve: da otto a dieci metri; e volle ch'ei cadesse sopra uno strame di fogliame secco, da tre o quattro metri, secondo gli parve, di spessore: onde nessun danno. Rimase però come intontito. Cominciò a guardare pauroso intorno intorno, e l'aspetto tetro del luogo, la luce fioca ed incerta, l'umidità penetrante gli resero più fastidiosa la spossatezza del corpo, e si credè più in basso di quanto realmente fosse arrivato. Tremava a verga a verga, non aveva nè forza di volgersi ai compagni, nè di mandar un grido, quantunque ne sentisse dall'alto le voci, che chiamandolo a nome e distinguendone la persona, gl'infondevano coraggio.

Tratti di tasca i fiammiferi, accese un candelotto, di cui s'era provvisto, curioso di conoscere il temporaneo suo carcere. Poco distante sull'umido fogliame, scorse un grosso ramarro intirizzito, e gli parve che la circonferenza della voragine non oltrepassasse i dieci metri. Con gran meraviglia, sollevato il lume, vide dinanzi a sè, fra tramontana e levante, una grande apertura, una specie, com'egli dice, di grotta ornata di qualche stalattite, alta circa dieci metri, lunga forse quindici, il cui suolo era intieramente cosparso di umida e tersa sabbia. Osservò senz'osare di avventurarvisi, chè la paura dell'ignoto lo assaliva sempre più, e imagini fosche gli passavano per la mente. Si sentiva assiderato ed oppresso; il desiderio di salire si rendeva vivissimo. Una mezz'ora di fermata in quel sepolcro secolare, gli pareva già un indugio incalcolabile.

Da quanto ho esposto sembra che, pur facendo larga parte a' calcoli del fortunato esploratore, il Buranco non possa vantare che una modesta profondità, non maggiore cioè di ventisei o ventisette metri, nè tale da suscitar così strani deliri nell'immaginazione popolare. Pietro Canavese è giovane d'ordinaria statura, sciolto di membra, d'aspetto gentile, di modi garbati, non atto a lavori faticosi, a giudicarne dalle sue stesse fattezze; egli trovasi ora a servizio del marchese Marcello Gropallo in Genova. Col concorso degli amici, e senza la coscienza del pericolo a cui si esponeva, è riuscito a rompere il secolare incantesimo che le più strane favole, sotto il nome collettivo di leggenda, avevano accumulato sul Buranco.

Ma rompeva egli veramente l'incantesimo con la discesa? La descrizione che ne ha data era la vera ed esatta? La risposta alle pagine seguenti.”

Battaglia di Mombaldone

L'8 settembre 1837 un esercito capitanato dal duca Vittorio Amedeo I e dal maresciallo francese De Créqui respinse, lungo le rive del fiume Bormida, un tentativo di occupazione spagnola del castello di Mombaldone. La battaglia si inserisce negli scontri avvenuti durante la seconda guerra per la successione del Ducato del Monferrato che, nello scacchiere europeo del tempo, vedeva contrapposte Francia e Spagna. Il tentativo spagnolo di conquista di Mombaldone mirava a rendere più sicuro il Camino Real, cioè il collegamento tra Milano e i possedimenti spagnoli nel finalese. L'esito della battaglia costrinse gli spagnoli a percorrere invece la vallata dell'Erro, più lunga e disagevole.
La riproduzione più celebre di quell'evento si trova nel dipinto di Francesco Gonin “Vittorio Amedeo I rompe l'oste spagnuola sotto Mombaldone” (Palazzo Reale, Torino). Un'altra rappresentazione si trova nella Sala delle Battaglie di Palazzo Taffini, a Savigliano.

Tane Buranchi e Denti d'orso, Andrea Botto

Sottoterra - Il Cavallino

Gemma del Carretto e nipote (trascrizione da intervista)

Gemma Del Carretto - Mombaldone fino al 1428 era più sottoterra che sopra, a parte il castello. Chi arrivava non poteva immaginare se ci fosse qualcuno, se si trattasse di un luogo deserto, se gli abitanti fossero morti. Ancora in tempo di guerra, parlo del 1940, 1945, era possibile nascondersi grazie a passaggi sotterranei. Esisteva infatti un cunicolo, scavato dai templari, che usciva dall'abbazia di Spigno, comunicava con il castello di Mombaldone e di qui ripartiva verso il castello di Denice, oppure verso Moncastello dove, a metà del paese, c'era un altro monastero. In questo luogo si trovano ancora una stanza mezza diroccata, dove soffia sempre un vento terribile, e un cunicolo che porta verso Mombaldone. In tempo di guerra si nascondevano così, qui non c'era mai nessuno. Immaginatevi poi nel 1400… Prima di arrivare il nemico era già morto perché veniva avvistato facilmente. Nel 1428 iniziano a innalzare le stanze. Dopo la scoperta dell'America Mombaldone si alza e viene costruita in questo modo, ma ci sono ancora i cunicoli, alcuni percorribili, altri no.

Gemma Del Carretto – Fino al 1637 Mombaldone non era mai stato assediato perché ben difeso, ma il 12 luglio di quell'anno gli Spagnoli attaccano facendo pochi danni, il 5 agosto ritornano poi con maggiore forza, ma senza riuscire a entrare nel borgo, difeso da tre mura difficili da scavalcare. Si rifanno vivi l'8 settembre, ma la sera del 7 i marchesi Del Carretto, rendendosi conto del grande pericolo, chiedono aiuto ai Savoia, che si trovano nelle vicinanze.
Gli Spagnoli avevano otto cannoni, mentre né i Savoia, né gli abitanti di Mombaldone ne possedevano alcuno: per questo si sentivano persi. L'8 settembre viene attaccato Mombaldone. Gli Spagnoli sanno ormai di aver vinto la battaglia e di possedere questo feudo, dove si diceva ci fossero dei tesori.

Nipote – Io non lo so perché ci avessero attaccato: volevano la nostra terra, il nostro castello? Ma se lo volevano, perché lo hanno distrutto? C'erano cannoni, frecce, di tutto… una devastazione!!

Gemma Del Carretto – I marchesi Del Carretto vedono che gli Spagnoli stanno per attaccare. Vanno nella camera dei bimbi, aprono la pancia di un cavallo di legno e cartapesta e vi infilano tutti gli oggetti di valore, i gioielli, le corone, chiudono la pancia e se ne vanno tranquilli.
Gli Spagnoli vengono colpiti con uno stratagemma dai Savoia, che con i Del Carretto vincono e li cacciano: gli sconfitti abbandonano il campo con la testa bassa e parecchi morti. Da quel giorno l'8 settembre si celebra la festa patronale di Mombaldone: restano anche due palle di cannone conservate nella chiesa.

Nipote – Allora i marchesi avevano paura che gli Spagnoli prendessero il tesoro, quindi sono andati nella stanza dei giochi. Hanno aperto la pancia del cavallino di cartapesta e messo lì il tesoro, che non è stato mai scoperto. Forse adesso c'è ancora. Mia nonna sa dove si deve scavare! C'è un passaggio segreto: Paolo, il primo marito di mia nonna Gemma, che purtroppo è morto, per paura che si scoprisse ci ha messo sopra della terra. Adesso è tutto coperto.

MAPPA DEI LUOGHI

Posizioni, percorsi e indicazioni

Buranco di Bardineto. Andrea Botto