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7. Miraggi

ATLAS BORMIDA

7. Miraggi

Storie sotto l'acqua

La Valle Bormida comprende un esteso territorio che dall’appennino ligure, nell’entroterra di Savona, si protende fino al Basso Piemonte. Da questi luoghi, sgorga Atlas Bormida: una collezione di storie, un’opera corale di disvelamento, uno spazio dove visioni e documenti, esperienze sonore e racconti, si innescano a vicenda.
Necessariamente parziale e soggettivo come ogni opera narrativa, Atlas Bormida è decentrato rispetto ai luoghi più noti, alle immagini più diffuse e alle storie ufficiali. Lo è coerentemente con il territorio in cui nasce: una valle complessa, policentrica, contraddittoria. Chi percorrerà questi luoghi e cercherà altre storie continuerà l’opera.
Underplace
di Alessandro Sciaraffa
28 tracce audio, registrazioni di un mondo
sommerso ma reale. Un’esperienza sonora
letteralmente immersiva che può essere scelta,
attivata e disattivata. Per cambiare traccia cliccare
sul player sonoro in alto a destra.
Castello di Moncrescente. Alberto Momo, Laura Cantarella e WPA

La prima piazza di Altare

Intervista a Elio Bormioli e Vincenzo Richebuono, Altare
Di Marina Paglieri

Arrivi ad Altare e rimani colpito dagli scheletri delle antiche vetrerie, vestigia di un passato glorioso che permangono nel centro del paese. Perché questo comune, porta d'ingresso della Valle Bormida ligure, che dista 13 km da Savona, all'arte del vetro si è dedicato sin dall'XI secolo e intorno a questa si è sviluppato. Resta, a memoria, un magnifico Museo dell'Arte Vetraria, che ha sede in un edificio liberty, fatto costruire nel 1906 da monsignor Bertolotti, un prelato del posto, per la sorella, su progetto dell'ingegnere Nicolò Campora. E restano competenze tramandate di generazione in generazione, appannaggio dei più anziani, che cercano di trasmetterle ai giovani, non senza difficoltà. Il mondo è cambiato e oggi i bicchieri, un tempo realizzati nel forno con tanta cura, si possono comprare più facilmente all'Ikea. E la produzione, salvo alcune eccezioni, si è arrestata. Di questa storia, fatta di fatica, tenacia, tecnica e tanto talento, parliamo con Elio Bormioli, classe 1934, maestro vetraio ora in pensione, che quasi ogni giorno passa dal museo e sovrintende a visite guidate, laboratori e dimostrazioni, con il suo allievo Vincenzo Richebuono, anche lui con una grossa esperienza alle spalle. Guidano alla conoscenza delle collezioni la conservatrice Giulia Musso e Irene Piccardi, che segue le attività del Mav.

Cercatori d'Oro, Andrea Botto | Casal-Cermelli

Elio Bormioli, come nasce la moderna attività vetraria di Altare?
"E' una storia che parte da lontano. Prima dell'800 ogni famiglia aveva il suo forno, un mestiere che passava di padre in figlio e un'attività regolata dagli statuti. Nel 1823, poiché i vetrai non pagavano le tasse, la popolazione si è ribellata e questo ha portato all'abolizione degli statuti da parte dei Savoia. Molti altaresi allora sono partiti da qui, per fare fortuna altrove: come i Bormioli, che sono andati a Parma, dove avrebbero legato il loro nome ai noti contenitori per gli alimenti. Chi è rimasto, per potere continuare a lavorare ha dato vita, nella notte di Natale del 1856, alla Società Artistica Vetraria, la prima cooperativa nata in Italia, che rimarrà attiva fino al 1978. Io mi chiamo Bormioli, è un nome comune da queste parti, ma come vede sono ancora qui".

Come ha iniziato a fare il vetraio?
"Sono entrato alla SAV a 14 anni e ci sono rimasto per 40. Ho cominciato come tutti dal fornetto: si chiudeva lo stampo e si prelevava il vetro. Poi da garzone sono approdato alla “prima piazza”, la più importante. La piazza, come si può intuire, è l'area intorno al forno dove si lavora. Facevo vetri d'uso, oggetti per la casa, bottiglie, bicchieri, perché questa era la caratteristica qui ad Altare: se volevi dedicarti a produzioni artistiche, lo facevi per conto tuo, per passione, oppure emigravi altrove. Io in realtà in prima piazza ho poi fatto soprattutto vasi per la chimica e la farmacia, essiccatori per esempi, o alambicchi".

E' un mestiere difficile?
"Sì, infatti c'era gente che dopo 30 anni non era buona a fare niente. Ci vogliono talento, forza e passione. Se avessi avuto anche solo una minima parte della passione che ho messo nel lavoro per lo studio, mi sarei laureato. E' un mestiere faticoso, si lavora in un ambiente caldo, con il forno che raggiunge i 1000 gradi: ma l'ho fatto sempre volentieri".

Vincenzo: "Mi inserisco perché Elio è troppo modesto. Lui faceva oggetti complessi, di grandi dimensioni, per esempio ha realizzato un cilindro per il silos del grano, con una levata di 22 kilogrammi. Si prendeva delle belle responsabilità. E' un lavoro difficile, si lavora una pasta fluida che deve essere fatta ruotare perché non si deformi, pensi un po' quanta forza è necessaria con gli oggetti di grandi dimensioni. Poi ci vuole occhio per controllare la pastosità del vetro e grande abilità nel dare la forma al vetro, con l'antica e sempre valida tecnica del 'soffio' ".

Elio, lei era il capo?
"Guardi, di capi non ce n'erano. Ogni piazza aveva 3 maestri, due soffiatori e un apritore, poi quattro garzoni, i cosiddetti terzi, che facevano la levata, ovvero prelevavano il vetro e lo portavano ai maestri. Nella prima e seconda piazza si realizzavano le produzioni principali, poi c'era la piazza bastarda, dove si faceva il resto. E c'era l'ammazzatoio, detto così perché era una piazza troppo a ridosso del forno. Tutto era regolato da uno 'spartito', il programma della giornata. Si facevano tre turni, al mattino, al pomeriggio e alla notte".

Come erano i rapporti tra di voi nella piazza?
"Si scherzava tutto il giorno e pure di notte. Era un ambiente allegro, anche se non si prendevano tanti soldi, perché il settore è sempre stato in crisi. Diciamo che non ci siamo arricchiti. Comunque si andava d'accordo. Io come le ho detto sono rimasto qui, mio padre aveva aperto invece una vetreria a Firenze e lavorava anche là".

Chi comprava gli oggetti prodotti?
"I rappresentanti, che li portavano nei negozi. Qui non c'era la clientela che si poteva trovare a Murano, dove l'attività è proseguita ben più a lungo. A proposito di commercio, molti altaresi lavoravano nel vetro, poi però c'era l'indotto: nella filiera rientravano cestai, falegnami, fabbricatori di imballaggi".

Capriccio. Con Irene Geninatti. Alberto Momo, Laura Cantarella e WPA

Giulia: "Vorrei aggiungere che dal 1856 agli anni Trenta del ‘900 qui si è attraversato un periodo d'oro: i vetri di Altare venivano presentati alle esposizioni nazionali e internazionali, un grande vaso esposto in museo ha vinto nel 1911 un Grand Prix all'Esposizione Universale di Torino. Poi c'è stato un periodo di maggiore chiusura, quando è subentrato il borosilicato. Negli anni Cinquanta sono arrivate le macchine - alcune di queste le conserviamo nel giardino del museo - e la produzione è ancora cambiata".

Elio: "Anche nel dopoguerra le cose andavano bene, dopo l'inserimento delle macchine. Tra l'altro qui ad Altare per tanto tempo si sono realizzati i vasi per la Nutella Ferrero... Ma oggi è mutato il concetto degli oggetti d'uso, infatti c'è l''Ikea ed è tutta un'altra cosa".

Una curiosità: perché sono sorte qui le vetrerie?
Vincenzo: "I forni avevano bisogno di legna e qui ci sono tanti boschi. Poi era una zona di passaggio, tra il passo di Cadibona, che in realtà si chiama Bocchetta d'Altare, e il porto di Savona. Altare era insomma un posto ideale, strategico, attraversato da un fiume sempre carico d'acqua".

Elio: "La vetreria però prendeva l'acqua dalla Bormida".



"Nella prima e seconda piazza si realizzavano le produzioni principali, poi c'era la piazza bastarda, dove si faceva il resto. E c'era l'ammazzatoio, detto così perché era una piazza troppo a ridosso del forno. Tutto era regolato da uno 'spartito', il programma della giornata"


Vincenzo: "Il pericolo era rappresentato dal fuoco, dal rischio di incendi: infatti le vetrerie non le volevano nelle città, anche a Venezia dal 1200 sono andati a Murano. Qui dal 1300 il marchese Enrico Del Carretto ha ricostruito la strada, che poi è diventata la via principale che dal Monferrato giungeva a Savona. Prima ci sono solo leggende, come quella dei crociati che sarebbero arrivati a Bergeggi, dove i benedettini si tramanda avessero chiamato le famiglie per lavorare il vetro. Si parla anche della bolla di un papa che attribuì al monastero di Bergeggi i possedimenti di Altare, dove iniziarono a insediarsi i monaci. Ma sono leggende, fino al 1200 non ci sono notizie sicure. Quello del vetro ad Altare era un mondo, un micromondo, popolato di personaggi unici, cosmopoliti: come Bernardo Perotto, che andò in Francia e lavorò alla corte del Re Sole".

Una produzione che arriva da molto lontano: e adesso?
Irene: "Qui c'è ancora qualche realtà commerciale, la più importante, ancora tutta italiana, è la Vetreria Etrusca. Ma in linea di massima qui ad Altare, soprattutto rispetto a una volta, non si produce più. Si organizza ogni anno tra luglio e agosto il Glass Fest, incontro tra i vetrai d'Europa, che arrivano da Murano, dalla Toscana, dalla Francia, dalla Boemia: sono tutti contenti di venire perché Altare gode di una buona fama. Poi si fanno dimostrazioni per le scuole e le comitive: c'è una fornace in giardino, che apriamo soprattutto per le scolaresche e per chi ha l'hobby delle tecniche di lavorazione del vetro, la domenica la dedichiamo invece alle famiglie. Arrivano persone, e scuole, soprattutto dal Piemonte e dalla Lombardia, oltre che dal Savonese. Abbiamo dei sostenitori, soprattutto vetrerie del territorio. Certo, ci piacerebbe che il museo fosse più conosciuto, per questo ci diamo da fare sui social network. Siamo aperti tutto l'anno, con manifestazioni che si ripetono, tra queste il “Natale sotto vetro”. In un certo senso siamo stati premiati, dal momento che nel 2015 abbiamo avuto 7mila visitatori. Cerchiamo di collaborare anche con gli altri musei dell'area: abbiamo realizzato un volantino comune, ora vorremmo creare itinerari coinvolgendo i vari luoghi".

E i giovani?
Irene: "Non si è riusciti a fare partire una scuola: non esistono sconti sulle accise del gas, per rendere più economico l'uso del forno che va a metano, e un corso serio, non per semplici hobbisti, costa caro. Per formare un maestro vetraio ci vogliono dai 5 al 10 anni".

Elio: "E poi c'è la concorrenza dei cinesi".

Irene: "Noi andiamo avanti comunque con le nostra attività, portare avanti la tradizione del vetro è una missione del museo".

Il Fungo di Pietra
e i meandri della Bormida

Tratto da Piana Crixia

In un'insenatura del fiume a sud del centro di Piana Crixia l'acqua della Bormida forma un piccolo lago, in parte coperto da uno scoglio un tempo noto col nome Papalino (secondo G. Casalis). Si narra che tempi addietro un abitante di Piana di nome Zagaglia per primo ebbe il coraggio di addentrarsi nella cavità in cui finiva il lago per pescare la ricca fauna ittica che vi si trovava. Il temerario pescatore compì la sua impresa di sera, entrando a nuoto nella caverna naturale. Sopraggiunta la notte non gli fu più possibile trovare l'uscita "quantunque avesse affidato prima ad una pianta una fune, che teneva legata ad un piede". Sicché Zagaglia dovette rimanere per tutta la notte all'interno dell'antro, dove tuttavia aveva possibilità di respirare e "non ebbe a soffrirne alcun grave nocumento". Conclude il Casalis, riferendo il racconto che "appena entrò là dentro il primo raggio di luce egli poté riconoscere l'uscita e scampò dal labirinto di quella sinuosa caverna portando seco una smisurata quantità di buoni pesci".

Da allora quello venne denominato «Lago Zagaglia».

La singolare pietra a forma di fungo che sorge sul dirupo ai piedi del Borgo di Piana Crixia, secondo la tradizione popolare ebbe origine dal Diluvio Universale.

La leggenda poi, parla dell'intervento di un fulmine che scalfí ortogonalmente una spaccatura trasversale della roccia dando origine ad una croce, sulla parte del cappello del fungo verso il monte. Da quella croce nella roccia incominciò prodigiosamente a gocciolare dell'olio, che si prese a raccogliere per alimentare la lampada del Santissimo, nella vicina parrocchiale. Avvenne che un giorno, secondo la narrazione, una donna del posto, avendo la scrofa ammalata, pensò di raccogliere un po' di quell'olio, creduto miracoloso, per guarire il suo animale. Ma da quel momento la scaturigine seccò e non sgorgò mai più il prodigioso balsamo.

Un ulteriore elemento leggendario è connesso al passaggio delle truppe dell'esercito francese in Val Bormida. Volendo Napoleone appropriarsi del Fungo di Piana, come era solito fare con quanto di bello trovava sul suo cammino, ma non essendovi modo di asportarlo, si dice abbia deciso di demolire il megalito. Quando già i cannoni erano piazzati sul colle prospicente il Fungo, pronti a far fuoco, dal sottostante fiume Bormida salì una fitta nebbia che avvolse tutta la montagna impedendo la vista sull'obiettivo.

Il fatto venne subito interpretato come un cattivo presagio e la folle intenzione distruttiva fu abbandonata.

Il Fungo di Pietra, Andrea Botto | Molino

Vitichindo

Gemma Del Carretto (trascrizione da intervista)

Vitichindo (Wittekind) fu duca dei Sassoni. Visse nell'VIII secolo d.C.
Noto per la lotta anti-carolingia, capitanò la resistenza del proprio popolo per l'indipendenza religiosa e politica dal 772 al 785 quando, nel giorno di Natale, venne battezzato nel palazzo reale di Attigny, dopo la definitiva sconfitta dei Sassoni da parte dei Franchi.
La guerra franco/sassone, seppur con alcune pause, durò sei lustri e si concluse con l'annessione dell'enorme territorio germanico all'impero carolino, grazie alla quale Carlo Magno scongiurò anche possibili rischi di invasioni da Est.
Nonostante la sua capitolazione, fiorirono attorno alla figura storica di Vitichindo moltissime leggende. Fu antenato di Aleramo, fondatore della casa degli Aleramici, da cui discende la famiglia Del Carretto

Vitichindo nacque pagano e venne poi battezzato da Carlo Magno. Ancora oggi c'è una città in Sassonia dove il 7 gennaio è festa nazionale in ricordo della sua morte. E stato un uomo meraviglioso! Sull'albero genealogico compare tre generazioni prima di Aleramo.
Era un sassone, viveva tra gli animali con le proprie credenze e venne venerato dai suoi discendenti. Con l'arrivo dell'inverno aveva l'abitudine di andare nei boschi e scolpire, nei tronchi degli alberi più grandi, statue a forma di folletto, che si diceva tenessero lontani i lupi. Le donne in quel periodo facevano con la paglia delle palle rotonde che mettevano a seccare e poi appendevano agli alberi dove erano stati scolpiti i folletti. Più le palle rimanevano appese all'albero, più l'anno sarebbe stato buono: avrebbero vinto le battaglie e il terreno avrebbe dato un miglior raccolto. Con i primi fiocchi di neve si andava nei boschi con le torce, per controllare le palle appese agli alberi durante la notte.
Io penso che da questa leggenda sia poi nato forse l'albero di Natale. Perché ancora oggi noi a quell'albero di origine nordica, tanto amato dalla regina Vittoria, appendiamo le palle colorate. Aggiungiamo anche qualche fiocco di cotone per ricordare la neve, ma non mancano mai le luci in ricordo di quelle torce.

Vitichindo. Con Gemma Del Carretto, Mombaldone. Alberto Momo, Laura Cantarella e WPA

MAPPA DEI LUOGHI

Posizioni, percorsi e indicazioni

Palazzo Rosso, Cengio. Alberto Momo, Laura Cantarella e WPA